APPROFONDIMENTO – CONSENSO INFORMATO: CRITERI DI RESPONSABILITÀ
- 19 Novembre 2025
- Posted by: Alessandro Cassese
- Categoria: News

Libertà di scelta e responsabilità: la Cassazione chiarisce i confini del consenso informato
Con l’ordinanza n. 25824 del 22 settembre 2025, la Corte di Cassazione interviene nuovamente sul tema del consenso informato, spiegando in modo preciso sia quali informazioni devono essere fornite al paziente prima di un intervento, sia quali criteri deve seguire il giudice quando valuta le prove e le richieste delle parti in un processo. La decisione si inserisce in una linea ormai stabile della giurisprudenza, ma chiarisce alcuni aspetti molto pratici per quei casi in cui non si discute un errore medico in senso tecnico, bensì la reale consapevolezza del paziente sui rischi dell’operazione a cui si è sottoposto.
Il caso riguardava il decesso di una donna sottopostasi ad un intervento di sostituzione valvolare. I familiari avevano chiesto il risarcimento del danno sostenendo, da un lato, che vi fosse stata una responsabilità dei sanitari nell’esecuzione dell’intervento e, dall’altro, che la paziente non fosse stata adeguatamente informata sui rischi, tanto da poter ritenere che, se avesse ricevuto un’informazione completa, avrebbe scelto di non operarsi.
Il Tribunale e la Corte d’Appello avevano respinto le domande: non avevano riscontrato errori medici e avevano ritenuto non dimostrato che la paziente, con una migliore informazione, avrebbe davvero rifiutato l’intervento.
Il punto decisivo, su cui la Cassazione richiama l’attenzione, riguarda però il modo in cui il giudice d’appello aveva motivato questa conclusione. Da un lato aveva affermato che i familiari non avevano provato la scelta ipotetica della paziente; dall’altro, però, aveva negato l’ammissione della prova testimoniale che avrebbe permesso proprio di chiarire quale sarebbe stata la sua decisione. È qui che la Cassazione individua una contraddizione logica e giuridica: non si può sostenere che una circostanza non sia stata provata se, allo stesso tempo, si impedisce alle parti di utilizzare mezzi di prova pertinenti e ammissibili. Questo tipo di motivazione, osserva la Corte, non rispetta il livello minimo di coerenza e completezza richiesto dalla Costituzione per le decisioni giudiziarie.
Sul piano sostanziale, la pronuncia ribadisce un principio ormai consolidato: la violazione del consenso informato è una forma autonoma di responsabilità. Ciò significa che non serve dimostrare un errore tecnico del medico per ottenere un risarcimento: basta provare che l’informazione ricevuta non era sufficiente e che, per questo, il paziente ha perso la possibilità di decidere liberamente se sottoporsi o meno all’intervento. La libertà di scelta del paziente è infatti considerata un bene in sé, meritevole di tutela indipendentemente dall’esito della prestazione sanitaria.
È proprio per questo che diventa essenziale verificare se il paziente, con un’informazione completa e comprensibile, avrebbe potuto compiere una scelta diversa. Questo accertamento non può essere escluso o ridimensionato riducendo gli spazi della prova, perché significherebbe svuotare di contenuto la tutela garantita dal principio di autodeterminazione.
La decisione contiene anche indicazioni operative rilevanti. Il giudice deve valutare con attenzione e rigore le richieste di prova che servono a ricostruire come i sanitari abbiano informato il paziente e, se decide di non ammetterle, deve spiegare in modo chiaro e specifico il perché. Dal punto di vista sanitario, la Cassazione ricorda che l’obbligo di informare non si esaurisce nella firma di moduli prestampati: ciò che conta è un dialogo vero, personalizzato e comprensibile, che permetta al paziente di capire i rischi e le alternative.
Nel disporre il rinvio alla Corte d’Appello, la Cassazione sottolinea un principio fondamentale: la tutela del consenso informato riguarda tanto la relazione tra medico e paziente quanto il modo in cui, in Tribunale, si ricostruisce tale relazione. Da un lato, si richiede un’informazione chiara e rispettosa della dignità della persona; dall’altro si esige che il giudice valuti tutte le prove utili a stabilire cosa il paziente avrebbe fatto se fosse stato correttamente informato.
La decisione, in conclusione, rafforza il valore del consenso informato come elemento centrale del rapporto di cura e richiama operatori sanitari e giuristi alla necessità di comportamenti e valutazioni realmente aderenti a questi principi.




